Il dolore può assumere nell’esperienza di persone diverse significati tra loro eterogenei; può essere sintomo, perfino malattia, ma in ogni caso si identifica con una presenza con la quale dialogare e dover “fare i conti”. Questa definizione per così dire ampia del concetto di dolore ci permette di leggere e comprendere le numerose declinazioni che esso può assumere all’interno della vita di un individuo e delle reti sociali ad esso circostanti. Il dolore, quindi, non tanto come una categoria diagnostica, bensì come un “clima totale”, come un disagio generalizzato che il paziente mostra, narra ed in un certo senso affida a chi si prende cura di lui, fisicamente e psicologicamente.

L’infermiere, più di altre figure professionali, attraverso i gesti di cura che contraddistinguono il proprio agire entra in contatto con i dolori del paziente in tutta la loro interezza, soprattutto relazionandosi, parlando e trattenendosi con la persona e con il suo “circondario”.

Riconoscere la complessità del dolore nella sua natura e nella sua cinetica, può essere un primo approccio per definire un inquadramento concettuale, ma diviene anche un utile strumento di lavoro per i curanti nel rivolgersi alla persona malata e nel prospettare interventi terapeutici centrati sulle reali loro esigenze.

L’infermiere muove e svolge le proprie cure in un’opera di avvicinamento al “dove”, al “come” ed ai “perché” una persona ha e prova dolore, quindi alle relative strategie per aggirarlo, trattarlo, “eliminarlo”. Il rapporto paziente – curante sembra, quindi, nell’ambito della terapia del dolore assumere un ruolo ancor più prioritario rispetto ad altre discipline mediche; laddove c’è dolore e sofferenza la consueta “prestazione professionale” lascia spazio ad un rapportarsi di esperienze, rispetto alla soggettività ed alla ricerca di una personalizzazione della malattia e dei suoi vissuti.

Potremmo sinteticamente dire che l’attività infermieristica comprende in questo ambito le seguenti peculiarità:

-  cura del corpo;

-  empatia;

-  organizzazione delle attività;

-  coordinamento del gruppo operatori - paziente - famiglia.

Tutto ciò che il paziente vive a fronte della sua malattia, dev’essere perciò inteso come un vero e proprio “vocabolario” che la persona mette a disposizione dei curanti a fronte dei propri dolori, reali ed immaginari; un autentico decalogo dei vissuti relativi all’intensità ed alla localizzazione del sintomo, ai suoi effetti e conseguenze.

L’infermiere si rivela colui che prende per mano il paziente nelle rispettive fasi dell’iter di cura, un vero e proprio caregiver professionista, che provvede alla somministrazione dei farmaci, ma anche alla prenotazione delle visite, all’interfaccia col medico rispetto ai bisogni ed alle criticità insorte o solo temute, al coinvolgimento dei familiari alle visite, alla stesura di un piano di cura, alla compilazione degli strumenti documentali (cartelle cartacee ed on-line).

Tutto questo significa davvero parlare, capire ed assistere il paziente riguardo alla sua storia, clinica e biografica.

La cura è e diviene nei gesti infermieristici un’autentica relazione terapeutica basata sull’alleanza, un qualcosa capace di rendere sopportabile anche ciò che agli occhi del paziente può essere invivibile, non voluto, perfino incomprensibile nel suo senso. Forse inaccettabile fino ad all’ora.

Non è poi così semplice la comprensione ed il riconoscimento degli obiettivi di cura (aspettative), l’impegno nell’intraprendere quanto prospettato dai curanti (compliance) e delle eventuali resistenze (avversità) espresse dal paziente rispetto alle cure; l’infermiere è una figura di ricezione e catalizzazione presente in reparto ed a fianco del paziente, del resto dell’èquipe curante, dei familiari e dello stesso paziente.

Ciò, in fondo è davvero sinonimo di garanzia della buona riuscita delle cure, rispetto all’assunzione dei farmaci (scansione delle medicine da prendere e degli accertamenti diagnostici da effettuere), ad una buona capacità anamnestica ed alla contestualizzazione dell’esperienza del dolore nella vita di ciascun paziente.

In sanità, negli ospedali, a domicilio, esistono gesti, pensieri e problematiche dalle sembianze elementari ma che possono diventare per chi vive una malattia un qualcosa di irto, incomprensibile fino a divenire insormontabile; il tutto “condito” dall’esperienza grigia del dolore.

Ci vuole presenza, professionalità, preparazione, aggiornamento tecnico-teorico, accessibilità alle richieste dell’altro; questo, in fondo è il vero lavoro dell’infermiere a contatto con la sofferenza.

Iacopo Lanini