La tradizione medica classica identifica solitamente la figura del medico come quella di un “curatore”, di colui che deve diagnosticare, riconoscere e trattare una malattia ed i sintomi ad essa correlati.

Il dolore, forse più di altre manifestazioni, è da intendersi come una forma sintomatologica particolarmente presente nella sua incidenza fisica ed emotiva, come un “qualcosa” di impalpabile ben capace di alterare i normali ritmi vitali, le relazioni tra persone, il senso di se.

Tutto ciò si traduce spesso in un vero e proprio obbligo per il paziente nel ricercare un aiuto per lenire le sue sofferenze, per trovare una sponda, un ascolto, una considerazione circa la propria condizione.

Il medico, da parte sua, dispone ad oggi di tutta una serie di “armi e strumenti” per rilevare, misurare e quantizzare il dolore, per trattarlo nelle sue fasi precoci, nei momenti di acuzie a rapida insorgenza (breakthrough pain), nella sua cronicità più silenziosa, disarmate ed afflittiva.

Il dolore rappresenta, quindi, una vera e propria tematica a carattere sociale, tanto per la sua incidenza statistica, per l’eterogeneità nel manifestarsi, per il suo variabile perdurare, per le modalità di trattamento e risoluzione.

Non esiste, d’altra parte, una branca medica che non sia coinvolta nel capitolo “paziente e dolore”, partendo dall’emergenza territoriale, fino alla più dilagante ma poco visibile realtà civile della geriatria.

I Centro di Terapia del dolore, da parte loro, garantiscono un riferimento istituzionale sul territorio nazionale per la consulenza e la cura delle diverse patologie che causano dolore, per una presa in carico specialistica del paziente e della sua famiglia, per la formazione dei professionisti medici impegnati nelle rispettive discipline. Nonostante ciò, è forse necessario dettagliare alcuni principi di riferimento per i medici che si trovano e “devono” occuparsi del paziente affetto da dolore. Indipendentemente dalla differenza etiologica dei diversi “tipi” di dolore, emerge infatti sempre più chiaramente come i pazienti con dolore ricerchino nella figura medica alcune risposte:

-          Ricercare la causa organica del proprio dolore, ma innanzitutto individuare un riferimento medico che possa garantire una continuità di presa in carico rispetto al loro “soffrire”;

-          Distinguere il dolore nella sua accezione organica e nei limiti psicologici correlat, rispetto alla ricerca benessere ed alla regolare potenzialità fisica, cognitiva, identitaria;

-          Sentirsi parte di un percorso di cura fatto di step da percorrere, nei quali ad ogni consulto segue una fase di trattamento farmacologico, per poi condividere con il curante gli effetti benefici ed i limiti delle cure proposte ed intraprese;

-          Beneficiare di un’integrazione tra le figure che si occupano della propria salute; (MMG per i pazienti affetti da dolore cronico, Oncologo per il paziente con dolore neoplastico, Geriatra per il paziente anziano, etc);

-          Percepire un’attenzione ed una giusta considerazione dei vissuti correlati al dolore, non considerandoli come un “in più” del sintomo fisico, ma come un tramite per capire, calibrare e prendersi cura delle sofferenze globali della persona;

-          Considerare il dolore come un fenomeno appartenente al nucleo paziente-famiglia. La sofferenza riguarda tutte le persone coinvolte nell’assistenza; paziente familiari, perfino operatori.

Se è vero, dunque, che il medico spesso viene visto come il responsabile della cura del paziente e come il detentore della possibile risoluzione di un problema, nel caso del paziente affetto da dolore non possiamo trascurare gli aspetti relazionali, comunicativi, emozionali ma soprattuttoorganizzativi, di un piano di cura che possa fare percepire al paziente di essere “importante”, rispetto al proprio bagaglio di sofferenze che porta con se, ovunque.

Iacopo Lanini